sabato 26 settembre 2009

Intervista: Giovanni Reale su Biotestamento

La lettera dei venti parlamentari del Pdl che chiedono una “pausa di riflessione” in tema di testamento biologico è, per il cattolico Giovanni Reale, professore di Filosofia al San Raffaele di Milano, e fra i più noti studiosi del pensiero antico a livello mondiale, «una scelta saggia». Perché invita a una riflessione che non sia una scusa per fuggire da una questione che tocca in profondità l’essenza dell’uomo e l’idea stessa di vita. Ma sia, piuttosto, uno stimolo ad approfondirla. «Gli antichi mi hanno insegnato che la vita è sacra, ma mi hanno anche insegnato che non è altrettanto sacro il voler vivere a tutti i costi», dice il professore. E per quanto riguarda la posizione degli uomini di Chiesa, ci ricorda che «Cristo ha a tutti proposto e non imposto il suo messaggio».

Professor Reale, come è cambiato il clima politico e culturale in Italia dopo i toni roventi legati alla fine dolorosa dell’esistenza di Eluana Englaro?
Mi pare che il clima sia cambiato più nella forma che nella sostanza. Infatti, si è molto attenuato quel clima rovente e smodato, ma non si è affrontato il problema nella sua sostanza, ossia non ci si è resi conto che la questione riguarda l’uomo in quanto tale, al di là delle sue convinzione politiche. Rimane ancora in molti l’impressione che si tratti di un tema scottante, dal quale è bene tenersi alla larga. In alcuni c’è addirittura la tendenza a pensare: «La legge sia pure fatta come vogliono i politici, tanto ciascuno potrà fare, di fatto, ciò che vuole». E questa è una fuga dal problema.

È possibile individuare su temi così delicati una terza via rispetto all’atavica abitudine del Palazzo di dividere tutti tra rossi e neri, guelfi e ghibellini, pro life e pro choice?
Le rispondo riportando una lettera che ho scritto alla signora Welby, la quale mi ha chiesto di esprimere il mio parere sulla questione in occasione di un convegno, cui non ho potuto partecipare di persona, ma con questa mia lettera in cui riassumo le mie convinzioni:

Gentile signora Welby, Mi pare che sull’eutanasia si siano fatti numerosi errori da varie parti.
1) L’eutanasia è morte provocata con mezzi o con sostanze su un malato terminale, non rispettando lo sviluppo naturale della malattia e la sua conclusione naturale.
2) La terapia imposta a suo marito e la nutrizione artificiale imposta per diciassette anni alla Englaro rientrano, a loro modo, in forme di accanimento terapeutico.
3) Chiedere la loro sospensione, pertanto, non ha nulla a che vedere con l’eutanasia, ma rientra in quella libertà che non può essere negata a nessun uomo che chiede che la sua sorte sia riconsegnata alla natura stessa e sottratta a costrizioni tecnologiche che non sono affatto naturali ma artificiali.
4) Come un malato deve sottoscrivere l’accettazione di essere sottoposto a operazioni chirurgiche (anche alle più semplici), e in questo modo lo si considera “libero” anche di non accettare l’intervento, così deve essere anche nel caso in cui venga a trovarsi nella necessità di terapie in vario modo invasive (e quindi forme di accanimento terapeutico). Il malato deve avere a) la libertà di accettarla e o di non accettarle; b) deve essergli riconosciuta la libertà di essere liberato da quelle terapie, quando esse divengano per lui insostenibili.
5) In questa caso il malato chiede che gli venga concessa la libertà di essere rimesso in mano all’evolversi degli eventi stabiliti dalla natura stessa.
6) Io, come credente, sono sicuro che questo sia lecitissimo e giustissimo: la natura l’ha creata Dio, la tecnologia è opera dell’uomo: se io preferisco, alla fine della mia vita (che Dio stesso mi ha dato) lasciare alla natura (che Lui stesso ha creato) il suo corso, e non alle tecniche messe in atto dall’uomo, sono ben lontano dal commettere un atto irreligioso, anzi addirittura mi sento molto religioso, in quanto dico a Dio: è venuta per me la fine, sia fatta la tua volontà (come vuole la natura), senza bisogno che intervenga l’uomo con le sue tecniche.
7) Ciò non toglie, naturalmente, che altri uomini dicano invece: fatemi sopravvivere il più a lungo possibile; la tecnica mi difenda dalla morte per tutto il tempo possibile.
8) La decisione, in ogni caso, deve essere lasciata all’uomo, che ha avuto da Dio il grande dono della libertà, perfino quella di non credere in Lui e di opporsi a Lui. Spero proprio che non accada che lo Stato faccia una legge nella quale si sostituisce alle decisioni del malato, e che quindi costruisca un “monstrum” giuridico, pretendendo di arrogarsi il diritto di stabilire lui se, come e quando io possa morire.
9) La Englaro non è stata fatta “vivere” per diciassette anni, ma con l’alimentazione artificiale le si è prolungata una sua sopravvivenza biologica pagandola al prezzo di vera vita, si è in qualche modo prolungata la sua agonia per diciassette anni.
10) La Chiesa nel suo Catechismo degli adulti (cfr. La verità vi farà liberi, § 1035) dice: “Neppure la rinuncia al cosiddetto ‘accanimento terapeutico’ va confusa con l’eutanasia. Le cure enormemente costose e senza consistenti vantaggi per il paziente vengono omesse lecitamente e perfino doverosamente. Il malato ha diritto a morire con dignità”.
11) Non mi si dica che una nutrizione artificiale, con tutto ciò che essa comporta, sia “naturale” e che la sua interruzione sia una forma di eutanasia. Si tratta di sofismi nominalistici, cui risponderei con l’ironia degli antichi: nel caso in cui vengano a mancare cavalli e restino solo degli asini, si faccia una legge che stabilisca che tutti quelli che sono asini siano detti e considerati cavalli.

La posizione della Chiesa Cattolica. Il giudizio del Tar. Il dibattito a più voci nel paese. È possibile immaginare una riflessione de-ideologizzata?
L’espressione “posizione della Chiesa” è generica e può trarre in inganno. Meglio sarebbe parlare della posizione di uomini della Chiesa. Io, per esempio, sono un credente a tutto tondo, ma non mi sento di condividere le opinioni di alcuni cardinali, mentre sono perfettamente d’accordo con il pensiero di alcuni altri, e in particolare del cardinale Carlo Maria Martini. Mi pare che alcuni uomini della Chiesa non si siano resi conto di esser vittima del paradigma culturale dominante che dà un peso determinante alla scienza e alla tecnica, o, per meglio dire, un peso eccessivo alla scienza e alla tecnica. In effetti, con la scienza e con la tecnica, al malato chiaramente terminale, prolunga la vita vegetativa e spesso prolunga solo l’agonia, e non la vera vita. In questi casi si fa violenza sulla natura stessa, si “destruttura” e si sfocano in vari modi i lineamenti della morte. Perché, per chi lo indica chiaramente, non si lascia predominare la natura stessa sulla tecnologia e si continua in tutti i modi a fare con la tecnica tutta una serie di operazioni che, dal punto di vista ontologico e assiologico, sono prive di senso, perché si aggrappano a ciò che ormai non c’è più, o comunque è sul punto di non esserci più?

Quanto ha influito il suo vissuto personale nella sua speculazione filosofica riguardo il diritto alla vita?
Gli antichi mi hanno insegnato che la vita è sacra, ma mi hanno anche insegnato che non è altrettanto sacro il voler vivere a tutti i costi, aggrappandosi con quelle tecnologie fantasiose alla vita, quando ormai non ce n’è più. La tecnica è straordinariamente valida quando salva dalla morte, non quando prolunga in modo innaturale una vita che è non una vera vita, ma una larva di vita. L’atteggiamento della Chiesa, quando esce da questioni teologiche e da precise verità che hanno fondamento sul Vangelo, dovrebbe essere estremamente prudente. In ogni caso, a mio giudizio, la Chiesa dovrebbe sempre “proporre” le sue idee, e mai “imporle”, o cercare a tutti i costi di farle imporre. Cristo ha a tutti proposto e non imposto il suo messaggio.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini aveva chiesto, ai tempi della discussione del ddl Calabrò nel febbraio scorso, maggiore equilibrio e toni equilibrati alla politica su temi che riguardano la dignità della vita umana. Adesso (si veda Il Foglio quotidiano di oggi) venti parlamentari del Pdl chiedono al Parlamento di individuare alcuni punti per la legge sul fine vita «che abbiano un’ampia maggioranza, evitando una legge troppo prescrittiva». È una sfida da cogliere per laici e cattolici? Si potrà generare una riflessione che unisca il paese e non divida in maniera manichea gli italiani di fronte a un dilemma che tocca nel profondo la dignità della persona umana?
L’atteggiamento assunto da Fini è, a mio giudizio, il più ragionevole, o, per dirla con gli antichi, il più saggio, ossia quell’atteggiamento che Platone direbbe “in giusta misura”. Spero che vinca, anche se “mala tempora currunt“!


Fonte: Farefuturo Web Magazine