lunedì 26 aprile 2010

I donatori samaritani

Secondo il Comitato Nazionale di Bioetica, la donazione di organi fatta da estranei per motivazioni solidaristiche è legittima.
Su richiesta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il nostro CNB è stato chiamato ad esprimere un parere dopo le disponibilità di tre persone, una in Piemonte e due in Lombardia, a donare un rene a beneficio di estranei.
La legislazione italiana prevede con la legge 458/1967, all'Art.1 comma 3, la donazione da parte di estranei solo nel caso in cui il paziente non abbia consanguinei idonei:
Art. 1.
In deroga al divieto di cui all’art. 5 del Codice civile, è ammesso disporre a titolo gratuito del rene al fine del trapianto tra persone viventi.
La deroga è consentita ai genitori, ai figli, ai fratelli germani o non germani del paziente che siano maggiorenni, purché siano rispettate le modalità previste dalla presente legge.
Solo nel caso che il paziente non abbia i consanguinei di cui al precedente comma o nessuno di essi sia idoneo o disponibile, la deroga può essere consentita anche per altri parenti o per donatori estranei.
Nel 1997 il CNB si espresse, nel parere Il problema bioetico del trapianto di rene da vivente non consanguineo, a favore della donazione di rene tra viventi solo se subordinata ai presupposti della consanguineità o del legame affettivo (emotionally related) tra donatore e ricevente, in modo da giustificare l'effettivo atto altruistico, e solo in seguito ad un colloquio psicologico volto a provare l'effettiva spontaneità della donazione.
Come giustificare a questo punto la donazione da parte di un perfetto estraneo? Il legame affettivo viene a mancare e rimane come unico punto forte la valenza supererogatoria dell'atto altruistico. Per supererogatori si intendono quegli atti che, per dirla in breve, sono così meritevoli da non poter essere esigibili. Donare il proprio rene ad un estraneo è un nobile gesto che non può che essere elogiato. Per essere tale dunque, l'atto non deve essere mosso da altre motivazioni che non abbiano come fine il benessere del ricevente, come ad esempio l'interesse economico.
Sembrerebbe filare tutto liscio come l'olio, ma in Italia la polemica è sempre dietro l'angolo. Cosa può esserci di così moralmente sbagliato nel donare un proprio rene ad estranei da far insorgere una buona parte della stampa nazionale?
Francesco D'Agostino, nel suo articolo Il rischio di corrompere la nobiltà di un dono comparso sull'Avvenire di domenica 25 Aprile, ci dà un ottimo esempio di cosa può pensare chi non si trova d'accordo con il CNB.
Primo problema rilevato da D'Agostino sta nel fatto che la nobiltà della donazione samaritana non può essere controllata, cioè il diritto non ha modo di regolamentare sulle motivazioni che spingono il donatore ad agire.
Il secondo problema mette in gioco il principio di indisponibilità del proprio corpo che verrebbe abbassato a mero materiale biologico, depersonalizzandolo.
[...] è a mio avviso inaccettabile perché favorisce oggettivamente una totale depersonalizzazione del corpo umano, riducendolo a semplice materiale biologico, eticamente irrilevante.
Terzo problema sta nel fatto che solamente i vincoli famigliari, coniugali o affettivi garantiscono l'autenticità morale della donazione senza il rischio di incappare in ragioni poco nobili. Secondo D'Agostino dunque senza un legame affettivo forte è molto probabile che il donatore possa avere interessi tutt'altro che altruistici nella donazione.
Riguardo al primo problema: se è vero che il diritto non può controllare ciò che ci spinge a compiere un'azione, può comunque regolamentare le condizioni in cui quest'azione può svolgersi. Anche se non sarà possibile entrare nella testa del donatore, un ruolo essenziale verrà svolto dalla predisposizione dell'anonimato per il donatore, dalla cessione dell'organo a titolo gratuito effettuata nei centri di trapianto autorizzati secondo le procedure indicate dalla normativa in vigore, dall'accertamento sulle condizioni cliniche del donatore e sulle motivazioni del gesto attuato da terzi che non rientrino nell'organizzazione medica che riceverà il rene.
Il secondo argomento di D'Agostino si può riassumere così: se io dono un mio rene spontaneamente, lo tratto come un semplice pezzo di carne e non come parte della mia persona. Sono brutto, cattivo e incoscente perché non tratto il mio corpo come merita di essere trattato, cioè parte inscindibile dell'identità personale. Posso trovarmi d'accordo nella critica al dualismo corpo-persona. Noi siamo il nostro corpo, non si scappa. Non sono d'accordo però sulla depersonalizzazione del mio corpo se decidessi di donarne una parte ad una terza persona. In primo luogo, la continuità dell'identità personale non si interrompe. Tizio con due reni non è più Tizio se ne ha solo uno? Spero di no, se no nella mia vita sono stato 3 persone diverse: una integra, una senza adenoidi ed una senza appendice. Chissà quante altre sarò in futuro. Mi chiedo anche cosa provi D'Agostino guardando le fotografie di quando era bambino, a questo punto. In secondo luogo, se vogliamo proprio discutere l'argomentazione usata da D'Agostino per ciò che è, in modo un po' meno ironico e superficiale, dovremmo analizzare il rapporto tra un donatore e il proprio corpo. Se io donatore giungo a questa decisione è perché si tratta di un mio rene, una mia parte del corpo, che sento in dovere di donare per salvare la vita a qualcun'altro. Non sarebbe forse possibile che la mia identità personale venga rafforzata da questa decisione? Pensiamo al percorso che una persona deve fare per arrivare alla decisione di privarsi di un rene, sano, ben funzionante, con cui ha passato momenti felici, per donarlo (e non venderlo) ad un perfetto sconosciuto. Non è forse una decisione difficile perché si sente che ci si sta privando di una parte di sé stessi? Che così facendo la nostra vita non potrà più essere la stessa? Nonostante tutto decido di donarlo, raggiungendo la consapevolezza che questo corpo è il mio corpo, parte della mia persona.
Anche il terzo argomento di D'Agostino non mi convince. Scrive:
Solo i vincoli famigliari (assieme ai vincoli coniugali e ai vincoli affettivi oggettivamente comprovabili) garantiscono l'autenticità morale della donazione.
E' molto probabile, in realtà, il contrario, che ci si senta "obbligati" a donare un proprio organo ad un famigliare (o una persona a cui si è emotionally related) proprio per il forte legame che si ha con lui. La decisione potrebbe dunque non essere frutto di un "donare autentico" che si avrebbe invece a beneficio di un perfetto sconosciuto.


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